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Il Forum di johnkennedy.it Il forum sull'assassinio di John Fitzgerald Kennedy

Corriere della Sera 04-01-2004: Anno 1964

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    clorammina
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    00 05/01/2004 20:20
    Vorrei segnalare questo articolo sull'anno 1964, apparso ieri (il 4 di gennaio) sul CdS, a firma di Ennio Caretto:

    domenica, 4 gennaio, 2004
    POLITICA ESTERA
    Pag. 031

    Usa-Urss: e venne il tempo del Grande Freddo

    I dilemmi dell' America di Johnson di fronte alla fine di Kruscev e al tramonto della distensione ESCALATION Dopo il Tonchino ormai divampava la guerra in Vietnam DISARMO La Casa Bianca continuò a puntare sulla trattativa
    Dagli archivi della Cia i retroscena del golpe che nel 1964 condusse al potere Breznev: gli Stati Uniti non compresero la svolta storica in atto
    Caretto Ennio

    Il 4 settembre 1964 il presidente Lyndon Johnson riceve l' ambasciatore sovietico Anatoli Dobrinin nello studio ovale della Casa Bianca. Johnson è preoccupato. Mancano due mesi alle elezioni presidenziali americane, dopo la scontro navale nel Golfo del Tonchino divampa la guerra del Vietnam, in Italia è appena finito l' incubo del golpe militare e la Cia ammonisce che al Cremlino la posizione di Nikita Kruscev, con cui gli Usa hanno «un rapporto di lavoro decente», sì è indebolita. Ma, sorprendentemente, Dobrinin fa del suo meglio per dissipare l' apprensione dell' ospite. «Kruscev - dice - è in eccellenti condizioni. Mi chiede di comunicarle che non interferirà nella campagna elettorale, anzi voterà per lei, per così dire». Aggiunge: «L' incidente del Golfo del Tonchino è una macchia sulla politica estera americana, ma si rende conto che in vista delle elezioni certe cose capitano». Johnson non è certo del significato del messaggio. «Voterà per me?». «Sì, per così dire», ripete Dobrinin. «Vi fa i migliori auguri. Desidera sapere se l' attività diplomatica riprenderà alla sua rielezione o il prossimo gennaio». Il presidente ringrazia: il Cremlino auspica la sconfitta del suo avversario repubblicano Barry Goldwater (padre dei neo conservatori che oggi controllano l' amministrazione Bush); e da mesi Kruscev, che ha anche programmato un viaggio a Bonn sebbene il Politburo sia contrario, preme per un vertice a Mosca. Johnson non può sapere che di lì a cinque settimane, il 13 ottobre 1964, Kruscev verrà deposto, un evento che traumatizzerà il mondo; che la sua strategia delle riforme sarà abbandonata; e che la distensione dovrà attendere un decennio perché nel 1968 l' Urss invaderà la Cecoslovacchia. Ma, a quarant' anni di distanza, alcuni documenti pubblicati dalla Cia, oltre ad altri precedenti del Dipartimento di stato, dimostrano che la Casa Bianca avrebbe capito che l' era Kruscev stava volgendo al termine, se avesse prestato maggiore attenzione ai giochi di potere al Cremlino. Dal febbraio del ' 64, tre mesi dopo l' assassinio del presidente Kennedy a Dallas, i servizi segreti americani lanciano periodici allarmi. Il primo è uno dei più circostanziati. «Kruscev è stato criticato a una riunione del Presidium del Comitato centrale del Partito comunista», riferisce il dispaccio. «Irritato dalle critiche, Kruscev ha offerto le dimissioni. Gli è stato subito assicurato che non erano necessarie, ma i membri del Presidium l' hanno sollecitato a rispettare lo spirito della leadership collettiva e a rimediare ai problemi irrisolti, in primo luogo la sua tendenza a prendere decisioni senza prima consultarsi coi colleghi». Il dispaccio osserva che il leader sovietico «non ha abbandonato la sua via indipendente», ma non trae la conclusione che sia in pericolo. I documenti della Cia e del Dipartimento di stato indicano anche che, dopo l' assassinio di Kennedy e le gravi crisi precedenti, Berlino nel ' 61 e Cuba nel ' 62, Kruscev è passato dal confronto al dialogo con gli Usa. Fino dal 13 gennaio 1964 invita infatti Johnson a Mosca, una mossa che se realizzata segnerebbe una svolta storica. Ma la Casa Bianca è sospettosa: nelle parole di George Bundy, il consigliere della sicurezza, «Kruscev non accetta ancora il principio della pacifica coesistenza ideologica». La Casa Bianca avverte altresì che l' Urss è in serie difficoltà economiche - «Ha riserve di 2 miliardi di dollari, e questo anno dovrà spenderne metà in cereali» precisa Bundy - ma non intende aiutarla, un rifiuto che si ritorcerà contro il suo interlocutore. La Cia preferirebbe una linea più morbida: «A nostro giudizio», scrive in un rapporto dello stesso mese, «i fiaschi degli ultimi anni e le tensioni con la Cina, con i Paesi del Patto di Varsavia e con i partiti comunisti occidentali, l' italiano in testa, hanno portato e porteranno ancora a un notevole rilassamento nei rapporti Est- Ovest». Al principio di febbraio del ' 64, prima che trapelino le critiche del Politburo a Kruscev, la Cia confida ancora che egli resti a lungo in carica. «La sua posizione interna», rileva, «è forse più solida di un anno fa: all' inizio del ' 63 la sua autonomia venne limitata e dovette rinunciare ad alcuni progetti. Probabilmente si è rafforzato anche grazie alla malattia di Frol Kozlov, il fautore della linea dura». Ma il 19 marzo successivo, nel memorandum «La lotta di potere nell' Urss», la Cia cambia idea, giudica «non lontana una lotta di successione a Kruscev». I servizi segreti sottolineano tuttavia che Kruscev, che il 17 aprile compirà 70 anni, «non vuole andarsene, sebbene si sia indebolito». Un emissario di Johnson, il sovietologo Llewellyn Thompson, lo ribadisce in un rapporto in cui predice che la lotta di potere si svolgerà tra Breznev, Podgorni e Kossighin. Ma punta sul cavallo sbagliato: «A breve termine il favorito è Breznev, ma a lungo termine dovrebbe emergere Podgorni. Breznev non mi sembra un leader». Ad aprile Johnson, che non crede sia già incominciato per Kruscev il conto alla rovescia, decide di aiutarlo, anche perché lo considera un potenziale alleato nell' opera di contenimento della Cina, che si è procurata l' atomica. Dopotutto, Kruscev ha accettato un bando parziale degli esperimenti nucleari, cessato le proteste sulle missioni degli aerei spia Usa nei cieli comunisti, prospettato un dialogo con la Germania Ovest, segnalato che il Vietnam «è fuori dell' area degli interessi dell' Urss». Il presidente comunica al suo ambasciatore a Mosca, Foy Kohler, che dopo la propria rielezione a novembre - la ritiene quasi certa - incontrerà il leader sovietico, previe consultazioni con gli alleati. A quel punto è però la Cia a mettere in dubbio che Kruscev sia ancora un interlocutore valido: in un' analisi, evidenzia che la propaganda del Partito ne ha fatto «un eroe della seconda guerra mondiale, una figura benevola, un portatore di pace», ma che «i gerarchi e il pubblico non lo rispettano». Johnson non ascolta, scambia lettere con Kruscev discutendo di una modesta riduzione della produzione dell' uranio per le armi atomiche, e di una riduzione ancora più modesta delle forze convenzionali in Europa. L' estate del ' 64, con le convenzioni repubblicana e democratica in America, distoglie l' attenzione della Cia e della Casa Bianca dall' Urss. Pochi riflettono sul braccio di ferro che si verifica ad agosto al Cremlino, quando Kruscev annuncia che sottrarrà finanziamenti al complesso industriale militare sovietico per darli all' agricoltura e ai consumi. Solo alla fine di settembre, quando la «Pravda», il giornale del partito, censura il cruciale discorso di Kruscev in merito, a Washington si diffonde la sensazione che egli abbia le spalle al muro. Ma nemmeno quando Kruscev viene costretto dai colleghi a prendere qualche giorno di vacanza e a non ricevere visite, come riferisce Kohler ai primi di ottobre, qualcuno dà l' allarme. Il 15 di quel mese, la notizia delle dimissioni di Kruscev «per motivi di salute» è una bomba: Kruscev, svela Kohler, è ritornato a Mosca in aereo il 13 su convocazione del Presidium e ha partecipato alla riunione del Comitato centrale il 14 senza sapere che cosa lo aspettasse. Nel timore di un golpe stalinista al Cremlino, Johnson abbandona temporaneamente la campagna elettorale e convoca il gabinetto d' urgenza. Dobrinin interviene subito: gli assicura che la transizione è stata «unanime e armoniosa», al contrario di quanto previsto dalla Cia, e gli garantisce la continuità della politica estera sovietica. La nuova accoppiata Breznev-Kossighin, precisa, rappresenta il potere collegiale e vuole la distensione, come Kruscev. Le rassicurazioni risulteranno infondate. Johnson non incontrerà la nuova leadership - nella persona di Kossighin - fino al 1967, e ci sarà un fallimento. La caduta di Kruscev e le morti precedenti di Kennedy e Papa Giovanni XXIII, tre uomini che avrebbero potuto cambiare il mondo, si riveleranno irreparabili. L' immobilismo brezneviano, tuttavia, ritarderà, non spegnerà le riforme kruscioviane. All' interno dell' Urss, le realizzerà oltre vent' anni dopo, accentuandole, Mikhail Gorbaciov. E nel frattempo, i partiti comunisti occidentali affermeranno la propria indipendenza, anticipata nel ' 64 dal memorandum di Togliatti, e l' Est europeo allenterà il giogo sovietico. In un post mortem del 9 novembre 1964 la Cia spiegherà che cos' accadde il 13 e il 14 ottobre: «Suslov e i colleghi ripresero a criticare Kruscev, che minacciò di dimettersi. Gli fu detto di farlo per iscritto, come prescritto dal regolamento del Politburo. Incapace di combattere oltre, Kruscev si arrese». La Cia citerà un rapporto dei comunisti italiani dopo una visita a Mosca: «Il complotto contro Kruscev maturò nell' ultimo anno e fu un' operazione collettiva, non del solo Suslov, il custode della purezza del Partito. Il momento fu dettato dalle pressioni del leader polacco Gomulka perché l' Urss smettesse di flirtare con la Germania Ovest e dalla possibilità che Kruscev desse un ultimatum irrevocabile alla Cina. Non si mossero le forze armate né il Kgb, la polizia segreta». Johnson Lyndon Baines Johnson (nella foto) nacque nel 1908 e morì nel 1973. Dopo l' assassinio a Dallas del presidente John Kennedy, Johnson in qualità di suo vice gli succedette alla Casa Bianca. Democratico, proseguì il conflitto avviato in Vietnam e aumentò l' impegno degli Stati Uniti (la cosiddetta «escalation»). Kruscev Nikita Sergeevic Kruscev nacque nel 1894 e morì nel 1971. Divenne segretario generale del Pcus dal 1953 al ' 64, anno in cui fu estromesso. Nel 1956 denunciò i crimini di Stalin e, nello stesso anno, decise l' invasione dell' Ungheria. La sua teoria della «coesistenza pacifica» con l' Occidente provocò la rottura con la Cina (1963) dal nostro corrispondente

    ENNIO CARETTO


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    Stefano F.
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    Frequentatore
    00 06/01/2004 11:55
    Come cadde Kruscev
    II retroscena
    del "cambio della guardia"
    che ha strabiliato il mondo

    STEWART ALSOP
    e EDMUND STEVENS

    "Passo il telefono ad Anastas
    Mikoian. è un pezzo che sta
    cercando di strapparmelo dal-
    le mani." Nikita Kruscev era d'otti-
    mo umore lo scorso 12 ottobre men-
    tre- parlava per radiotelefono con
    l'equipaggio della nave spaziale Vo-
    skod che stava percorrendo la sua
    orbita.
    Quelle furono le ultime parole
    pronunziate in pubblico dall'uomo
    grasso, gioviale e spietato che per
    oltre dieci anni aveva attratto, spa-
    ventato e divertito il mondo. In un
    certo senso quelle parole sono state
    un epitaffio politico appropriato
    perché danno un'idea dell'uomo e
    del regime sovietico di cui, fino al-
    l'ottobre scorso, era stato il capo su-
    premo.
    I tre cosmonauti non avvertirono
    certamente l'ironia insita nelle pa-
    role di Kruscev, né l'avvertirono i
    milioni di Russi che guardavano la
    televisione. Ma Anastas Mikoian,
    presidente dell'U.R.S.S. e fino a quel
    giorno il migliore amico di Kruscev,
    sapeva già allora che Kruscev a-
    vrebbe cessato assai presto di es-
    sere una personalità politica.
    Una cosa è certa. Nessuno è sta-
    to piú sorpreso della sua caduta del-
    lo stesso Kruscev.
    Una drammatica riunione.
    II 13 ottobre scorso, mentre si godeva
    qualche giorno di riposo nella sua
    villa al mare in Crimea, Kruscev
    fu convocato per una riunione del
    Praesidium del Comitato Centrale
    del partito comunista sovietico. Nel-
    la sala rivestita di quercia dove si
    riuniscono i 16 componenti del Prae-
    sidium, in un edificio del Gremlino
    dai muri gialli, la scena dev'essere
    stata drammatica. Attorno al tavolo
    coperto da un panno verde c'erano
    Kruscev, il suo protetto Leonid Brez-
    nev, un bell'uomo dall'aria austera,
    Alexei Rossighin, smilzo, biondastro,
    riservato, quasi timido; Mikoian,
    con la sua faccia da Armeno volpi-
    na e intelligente; Mikail Suslov, an-
    ziano, professorale, il teorico nato;
    e gli altri 11 componenti e aspiran-
    ti componenti del potentissimo Prae-
    sidium. Tutti, dal primo all'ultimo,
    dovevano la loro presenza, almeno
    in parte, a Kruscev, e tuttavia prese-
    ro ad attaccarlo con la ferocia tra-
    dizionale del movimento bolscevico.
    Le accuse.
    Fu Suslov a condurre l'attacco.
    A una a una snoccio-
    lò le accuse contro l'anziano capo,
    mentre gli altri citavano fatti per
    corroborarle ed estenderle.
    Si trattò, in parte, d'accuse di ca-
    rattere personale. Kruscev, fecero
    notare i suoi colleghi, era rozzo e
    volgare nei modi e nel linguaggio,
    incline all'irriverenza e intollerabil-
    mente dispotico. Nei suoi continui
    viaggi attraverso il Paese pretende-
    va di essere salutato con discor-
    si adulatori e perfino di riceve-
    re il benvenuto con il cerimoniale
    dell'offerta del pane e del sale, co-
    me uno zar. Molta importanza fu at-
    tribuita al fatto che Kruscev aveva
    concesso il titolo di Eroe dell'Unio-
    ne Sovietica al presidente egiziano
    Nasser, quando lo scorso maggio si
    recò in Egitto per l'inaugurazione
    della diga di Assuan, senza consul-
    tare gli altri componenti del Prae-
    sidium. Gli fu chiesto perché mai
    un uomo che aveva imprigionato i
    comunisti e dato asilo a criminali
    di guerra nazisti fosse degno della
    piú alta onorificenza dell'Unione So-
    vietica.
    Kruscev fu inoltre incolpato di
    nepotismo: il genero Alexei Agiubei,
    esonerato in seguito dalla carica di
    direttore delle Izvestia, ne era l'esem-
    pio principale. Fu anche accusato di
    servirsi del programma spaziale so-
    vietico per proprio vantaggio poli-
    tico. La Voshod, fu detto, era stata
    messa in orbita prematuramente pro-
    prio per coprire i suoi insuccessi.
    L'attacco si estese a specifici in-
    successi in politica interna ed estera.
    Gli fu attribuita la colpa di assurdi
    doppioni burocratici: due diverse
    trafile direttive a ogni livello; del
    « caos nell'agricoltura »; di « sprechi
    e di dispendi esagerati» delle riserve
    di valuta straniera sperperate per
    importare costose attrezzature e gra-
    no allo scopo di supplire alle gravi
    deficienze dei raccolti.
    C'era stata «l'umiliazione di Cu-
    ba », con i critici che gli rimprove-
    ravano il disastroso tentativo di in-
    stallare missili nucleari a Cuba.
    Kruscev fu poi accusato d'aver per-
    messo una crescente insubordinazio-
    ne dei Paesi satelliti; perfino i par-
    titi comunisti italiano e francese cri-
    ticavano Mosca apertamente.
    L'interesse nazionale in giuoco.
    Ma la piú grave delle accuse rivol-
    te a Kruscev poteva esser compen-
    diata in una domanda: « Chi aveva
    perduto la Cina? » Kruscev era in-
    colpato d'aver permesso che i suoi
    sentimenti si frapponessero all'inte-
    resse della nazione, cosí da lasciar
    degenerare la disputa ideologica con-
    la Cina in una disputa personale.
    Cosí i due piú potenti Paesi comu-
    nisti erano stati condotti sull'orlo di
    un'aperta rottura e l'intero movi-
    mento comunista mondiale era sta-
    to indebolito.
    Reagendo a quest'incriminazione,
    Kruscev divenne paonazzo per l'ira.
    Gridò che i suoi accusatori cercava-
    no d'intrappolarlo; minacciò di far-
    li arrestare tutti. La sua sfuriata finí
    di colpo ed egli divenne stranamen-
    te calmo e apatico, come se in lui si
    fosse spento ogni desiderio di lot-
    tare.
    Questa non era la prima volta
    che i suoi nemici tentavano di ro-
    vesciarlo. Nel giugno 1957 il « grup-
    po anti-partito » - Molotov, Malen-
    kov, Raganovich e compagni - nel
    corso d'una riunione del Praesidium
    votarono per escluderlo dal potere.
    Ma Kruscev aveva capovolto la si-
    tuazione ricorrendo al Gomitato
    Centrale del partito, composto di
    133 membri, che era stato eletto
    Fanno prima al XX Congresso del
    partito, dominato da Kruscev.
    Lo scorso 13 ottobre, tuttavia, il
    Praesidium si aggiornò senza estro-
    mettere formalmente Kruscev. De-
    ferí la decisione al Comitato Cen-
    trale che allora contava 175 mem-
    bri, davanti al quale Suslov reiterò
    il giorno dopo le accuse contro
    Kruscev. Kruscev si difese a lungo
    ma senza furibondi istrionismi. Am-
    mise con tono sommesso d'aver fat-
    to degli errori. Ma non vedeva il
    motivo, disse, di dar lo spettacolo
    d'una pubblica autocritica che pote-
    va servire soltanto a screditare il par-
    tito. La mozione per estromettere
    Kruscev fu debitamente presentata
    e approvata con una forte maggio-
    ranza. Dopo di che, il voto fu reso
    unanime : perfino Kruscev votò per
    il suo esonero.
    Di che darsi pensiero? Come
    mai l'uomo astuto e senza scrupoli
    che aveva schivato tanti gravi peri-
    coli, che era sopravvissuto alle pur-
    ghe staliniste e ai successivi attenta-
    ti al suo potere, ha potuto perdere
    cosí improvvisamente il proprio do-
    minio? Come è stato possibile che

    il Comitato Centrale lo abbia getta-
    to cosí d'improvviso in quello che
    lui stesso aveva definito una volta
    il « letamaio della storia »?
    La risposta sta in parte nel mi-
    stero della personalità umana. Kru-
    scev era diventato vecchio. Con l'a-
    vanzare degli anni le stramberie di
    una personalità già stramba diven-
    nero piú marcate, i suoi protetti e i
    suoi subordinati fremevano nel loro
    intimo quando il vecchio capo con-
    traddiceva i loro ordini e li insulta-
    va. Inoltre Kruscev credeva d'avere
    il potere saldamente in pugno. Miko-
    ian non era forse il suo piú vecchio
    amico, l'ultimo superstite ancora al
    potere dai tragici e lontani giorni
    di Stalin? 1 nuovi uomini - Breznev
    compreso - non erano forse uomini
    suoi? Di che doveva darsi pensiero?
    Di molte cose. Chiunque detenga
    grande potere si fa dei nemici, e
    Kruscev se n'era fatti piú di altri.
    C'erano gli stalinisti non ricreduti,
    sgomenti per la portata della sua
    campagna di « destalinizzazione ».
    C'erano i militari inaspriti dal suo
    esonero del maresciallo Georgi Zu-
    kov e di altri ufficiali e allarmati per
    le sue minacce di ridurre ulterior-
    mente le spese militari. C'erano i
    dirigenti dell'industria pesante, an-
    che loro allarmati dalle promesse
    di Kruscev di favorire le industrie
    di consumo. C'erano gli ideologi
    convinti i quali temevano che Kru-
    scev, nel suo furore contro i Ginesi,
    potesse distruggere il movimento co-
    munista mondiale e lo sospettavano
    di mollezza nei riguardi del capita-
    lismo.
    E c'erano, senza alcun dubbio,
    molti del popolo. Mosca è una città
    molto meno triste di quanto fosse.
    La gente è ben nutrita e vestita con
    proprietà. Ma la penuria di merci e
    le code ci sono tuttora, e le promes-
    se di Kruscev di una buona vita per
    tutti sono rimaste lontane dalla loro
    attuazione. Qualche tempo fa Kru-
    scev disse ad Averell Harriman -
    fra gli altri - che aveva intenzione
    di ritirarsi presto. Se lo avesse fatto,
    per esempio, nel 1961 alla fine del
    XXII congresso del partito, da lui
    dominato, senza alcun dubbio gli
    sarebbe stato permesso di finire i
    suoi giorni come un vecchio, ono-
    rato statista.
    Aggrappato al potere. Ma ri-
    nunciare al potere è difficile per tut-
    ti, impossibile per alcuni. Col tra-
    scorrere degli anni la sua disputa
    con Mao Tse-tung divenne un'osses-
    sione e, m mente sua, fu certo un
    motivo per tenersi aggrappato al po-
    terg. Perciò i suoi colleghi del Prae-
    sidium, visto che evidentemente
    Kruscev non aveva intenzione di an-
    darsene con bél garbo, decisero che
    dovesse esser costretto a farlo.
    II compito essenziale d'impedire
    che il vecchio capo sospettasse qual-
    cosa deve essere stato affidato al suo
    vecchio amico Mikoian, che era a
    fianco di Kruscev il giorno in cui
    questi parlava con i cosmonauti. Co-
    me spesso avviene nella storia sovie-
    tica, anche in questo caso torna alla
    mente una battuta del famoso libro
    di George Orwell 1984, in cui si im-
    magina un terribile Stato comunista
    e poliziesco dell'awenire: « Sotto
    l'albero fronzuto t'ho venduto e
    m'hai venduto. »
    Adesso il tempo di Kruscev è chiu-
    so. Che accadrà in avvenire?
    L'uomo del futuro. II futuro im-
    mediato, nel momento in cui scri-
    viamo, appartiene a due uomini:
    Leonid Breznev e Alexei Kossighin,
    rispettivamente primo segretario del
    partito comunista e primo ministro
    dell'Unione Sovietica i quali - al pa-
    ri di tutti gli altri capi sovietici –
    sono estremamente abili. Tutti e due
    sono ideologi comunisti convinti e,
    come tali, nostri avversari. Ma, come
    Kruscev, sono anche esseri umani.
    Breznev è piaciuto ai diplomatici
    e agli altri stranieri che hanno par-
    lato con lui. è un uomo con cui si
    parla agevolmente, sebbene sia piú
    riservato del bollente predecessore,
    cauto nelle opinioni, attento nella
    scelta delle parole e del tutto privo
    dell'impulsività di Kruscev che in-
    duceva quest'ultimo a battere una
    scarpa sul tavolo, per esempio e a
    indulgere nelle battute sarcastiche.
    La sua carriera è tipica della mo-
    derna generazione dei dirigenti co-
    munisti giunti al successo. è stato
    ingegnere, commissario politico du-
    rante la guerra, e uomo politico do-
    po la guerra. Nel 1960 divenne pre-
    sidente del Supremo Praesidium so-
    vietico, formalmente l'incarico N. 1
    in Russia e, nel luglio dello scorso
    anno, è passato a una posizione di
    potere effettivo, come N. 2, dopo
    Kruscev, nell'apparato del partito.
    Kossighin, secondo l'opinione ge-
    nerale, conosce il meccanismo dell'e-
    conomia sovietica piú d'ogni altro
    massimo dirigente del partito e, in
    questo senso, è un uomo indispensa-
    bile. Chi lo conosce lo giudica un
    uomo d'ingegno, competente e mol-
    to simpatico. Un altro in gara per il
    potere è Nicolai Podgorni, membro
    del Praesidium fin dal 1961. Ma da-
    to che Breznev ha 58 anni, Kossi-
    ghin 60 e Podgomi 61, questi uomi-
    ni appartengono alla generazione tra
    Kruscev e il gruppo molto abile e
    ambizioso dei piú giovani dirigenti
    del partito, tra i 40 e i 55 anni. Tra
    i piú probabili nuovi capi è Dimitri
    Poliansld, di 47 anni, uno dei piú
    giovani membri del Praesidium, che
    a Mosca è considerato l'uomo da te-
    ner d'occhio. Polianski conosce la
    struttura del partito da cima a fon-
    do; è stato un politico del partito
    per tutta la sua carriera. All'inizio
    del 1960 fu a capo di una missione
    negli Stati Uniti - Paese che né
    Breznev né Kossighin hanno visita-
    to - e si trovò molto a suo agio. è
    un uomo socievole, ha il dono della
    loquela di Kruscev, senza però aver-
    ne la rozzezza a volte simpatica e a
    volte scostante.
    Un altro uomo da tener d'occhio
    è Yuri Andropov, che ebbe una par-
    te importante nella repressione del-
    la rivolta ungherese quando era am-
    basciatore a Budapest. Ora presiden-
    te della Commissione per le Relazio-
    ni con l'Estero del Soviet Supremo,
    é probabile che abbia parecchia vo-
    ce in capitolo nella politica estera
    sovietica. Altre persone di talento al
    vertice e vicine al vertice sono: Ghe-
    nadi Voronov, di 54 anni, un altro
    ex protetto di Kruscev; Alexander
    Scelepin, di 46 anni, già dirigente
    del Komsomol; Piotr Demicev, an-
    che lui di 46 anni, e ultimo, ma non
    certo per importanza, Vladimir Se-
    misciastni, capo della Sicurezza del-
    lo Stato, che ha appena compiuto
    40 anni. Ovviamente i « cambi del-
    la guardia » che cominciarono dopo
    la morte di Lenin e nuovamente do-
    po quella di Stalin, possono essere
    ora ripresi e il regime Breznev-Kos-
    sighin potrà dimostrarsi un regime
    interlocutorio.
    Ma per gli Stati Uniti ed il mon-
    do in genere, i nomi degli uomini
    che sono a capo del governo sovieti-
    co non hanno molta importanza.
    Quel che importa l'ha indicato la
    frase di una donna che, quando sep-
    pe dell'esonero di Kruscev, disse:
    « Purché non ci sia la guerra, non
    m'importa quale sia lo zar che re-
    gna.»


    SELEZIONE DAL READER’S DIGEST
    GENNAIO 1965
    Stefano